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Manzini, Antonio Orfani bianchi

ISBN 13: 9788861907034

Orfani bianchi

Valutazione media 3,78
( su 386 valutazioni fornite da Goodreads )
 
9788861907034: Orfani bianchi
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“Volevo misurarmi con un personaggio femminile. Una donna unica con una vita difficile che per trovare un angolo di serenità è pronta a sacrifici immensi. Mia nonna stava morendo, io guardavo Maria che le faceva compagnia e veniva da un paesino della Romania. E mi domandavo: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?”
Antonio Manzini

Mirta è una giovane donna moldava trapiantata a Roma in cerca di lavoro. Alle spalle si è lasciata un mondo di miseria e sofferenza, e soprattutto Ilie, il suo bambino, tutto quello che ha di bello e le dà sostegno in questa vita di nuovi sacrifici e umiliazioni. Per primo Nunzio, poi la signora Mazzanti, “che si era spenta una notte di dicembre, sotto Natale, ma la famiglia non aveva rinunciato all’albero ai regali e al panettone”, poi Olivia e adesso Eleonora. Tutte persone vinte dall’esistenza e dagli anni, spesso abbandonate dai loro stessi familiari. Ad accudirle c’è lei, Mirta, che non le conosce ma le accompagna alla morte condividendo con loro un’intimità fatta di cure e piccole attenzioni quotidiane. Ecco quello che siamo, sembra dirci Manzini in questo romanzo sorprendente e rivelatore con al centro un personaggio femminile di grande forza e bellezza, in lotta contro un destino spietato, il suo, che non le dà tregua, e quello delle persone che deve accudire, sole e votate alla fine. “Nella disperazione siamo uguali” dice Eleonora, ricca e con alle spalle una vita di bellezza, a Mirta, protesa con tutte le energie di cui dispone a costruirsi un futuro di serenità per sé e per il figlio, nell'ultimo, intenso e contraddittorio rapporto fra due donne che, sole e in fondo al barile, finiscono per somigliarsi. Dagli occhi e dalle parole di Mirta il ritratto di una società che sembra non conoscere più la tenerezza. Una storia contemporanea, commovente e vera, comune a tante famiglie italiane raccontata da Manzini con sapienza narrativa non senza una vena di grottesco e di ironia, quella che già conosciamo, e che riesce a strapparci, anche questa volta, il sorriso.

Antonio Manzini ha lavorato come attore in teatro, al cinema e in televisione, e ha curato la sceneggiatura dei film Il siero della vanità (regia di Alex Infascelli del 2004) e Come Dio comanda (regia di Gabriele Salvatores del 2008). Con Sellerio ha pubblicato racconti e romanzi gialli con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, poliziotto fuori dagli schemi, poco attento al potere e alle forme: Pista nera (2013), La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Era di maggio (2015) e il recente 7.7.2007 (2016), per settimane in testa alle classifiche dei libri più venduti. Sempre con Sellerio ha pubblicato il racconto satirico Sull’orlo del precipizio (2015) e l’antologia Cinque indagini romane per Rocco Schiavone (2016). Suoi racconti sono presenti nelle antologie poliziesche Turisti in giallo, Il calcio in giallo, Capodanno in giallo, Ferragosto in giallo, Regalo di Natale, Carnevale in giallo e La crisi in giallo, tutte pubblicate da Sellerio.

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Recensione:

La badante tutto sopporta per salvare l’«orfano bianco»

Bruno Gambarotta, Tuttolibri - La Stampa

Nei primi anni del dopoguerra, «vedove bianche» erano chiamate le mogli dei nostri emigranti, rimaste a casa con i vecchi e i bambini. Ora gli Orfani bianchi sono i figli lasciati in patria dalle donne arrivate in Italia per accudire nel tragitto finale della vita quei vecchi che per noi sono diventati solo un ingombrante fastidio.
Antonio Manzini gioca a carte scoperte e prende spunto da una domanda che si fa osservando la rumena Maria che si occupa di sua nonna: quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri? Per dare una misura a questo sacrificio, l’autore si cala nei panni della moldava Mirta Mitea con l’abilità mimetica del narratore di razza, tale che noi lettori vediamo il mondo, percepiamo gli odori, subiamo la promiscuità, soffriamo per l’invisibilità e per le offese patite da questa donna che tutto sopporta per amore di Ilie, il figlio dodicenne rimasto nel villaggio di Logofteni, affidato a una nonna in rapido declino. Mirta ha 34 anni, da 2 è a Roma e passa da un lavoro all’altro, man mano che i vecchi a lei affidati passano a miglior vita o sono collocati in un ospizio. Il padre di Ilie si è allontanato quando il bambino aveva tre anni e Mirta per avere notizie si tiene in contatto via mail con il parroco, padre Boris. Scrive anche al figlio, che non risponde e gli racconta le sue giornate iniziando sempre con un: «ora mamma ti racconta un fatto».
Facciamo la conoscenza di Mirta mentre sta accudendo Olivia che fa le bizze, si sveglia a mezzanotte pretendendo la pasta asciutta. Chiede ad ogni istante quando arriva suo figlio che le concede una frettolosa visita una volta alla settimana; avrebbe bisogno del dentista ma «Pierpaolo vede la mamma come una vecchia auto da riparare e gli sembra inutile spendere soldi».
Per Olivia che non si decide a morire è pronta la casa di riposo e Mirta perde sia l’impiego che una stanza dove dormire; in mancanza di meglio trova lavoro in una cooperativa che fa le pulizie nei condomini. Sono un gruppo di donne di varie etnie, arrivano all’alba in un furgoncino sgangherato, scaricano scope, secchi, stracci e si sparpagliano su per le scale a strofinare gradino per gradino. Dopo aver letto la realistica cronaca di una giornata tipo di Mirta, non sarà più possibile che queste donne restino invisibili ai nostri occhi quando le vediamo arrivare davanti a casa.
Intanto nella lontana Moldavia la madre di Mirta muore e per il piccolo Ilie, rimasto solo in un paese abitato solo da vecchi, non c’è altra soluzione che l’Internat, ossia l’orfanotrofio che ospita sia gli orfani veri e propri che quelli «bianchi». Per Mirta il congedo dal figlio è uno strazio mitigato solo dalla rinnovata volontà di portarlo con sé non appena avrà accumulato i soldi necessari. Con l’aiuto e la complicità del compatriota Pavel, Mirta, spacciandosi per infermiera diplomata, trova lavoro in una lussuosa villa sull’Aventino per accudire Eleonora, l’ultra novantenne madre del padrone di casa, resa invalida da un ictus.
La seconda parte del romanzo è dedicata al resoconto della prima settimana di lavoro di Mirta, lasciata sola dai padroni di casa dopo averla sommersa di istruzioni, raccomandazioni e soprattutto divieti. Qui il tempo narrativo si dilata, con il resoconto impietoso dei rapporti fra Mirta e «quell’ammasso di odio represso». Eleonora si ribella, sputa le medicine, se la fa addosso e le pagine che descrivono i duelli fra le due donne sono da antologia, con Mirta immersa negli escrementi che per liberare la mano da un morso micidiale tira via anche la dentiera alla vecchia. Che poi, in tre dialoghi notturni, si rivela così disperata da chiedere un aiuto per farla finita alla sua badante, la quale naturalmente si sottrae alla richiesta. Antonio Manzini, in questo romanzo teso e terribile, non fa sconti a nessuno. Qui non siamo dalle parti della capanna dello zio Tom, ma da quelle di Germinal.

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