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I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale

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9788807816901: I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale
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La schiavitù non è affatto scomparsa: oggi si stimano circa ventisette milioni di schiavi. Se ne sa però troppo poco ed è proprio l'ignoranza a favorirne sopravvivenza e diffusione. Gli schiavi sono individui privati della libertà, costretti a lavorare senza possibilità di scelta, senza tutela, non pagati, in condizioni spesso disumane. Non si trovano solo nei paesi sottosviluppati, ma sono occultati anche nelle ricche capitali dell'Occidente democratico. Gli schiavi hanno un bassissimo costo, sono "usa e getta", rischiano la vita quotidianamente con lavori pericolosi o nella prostituzione, sono esposti a soprusi di ogni tipo, non più in base alla razza, bensì a causa della miseria.

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Recensione:

Nel villaggio globale

Giuseppe Culicchia, Tuttolibri - La Stampa

Il ritrovamento di 58 cadaveri di «clandestini» su un Tir appena sbarcato in Inghilterra ha fatto sì che sui nostri giornali si tornasse a parlare di schiavi: vocabolo che si vorrebbe vedere adoperato soltanto in un qualche contesto di carattere storico (gli schiavi dell'antichità o al tempo del commercio delle navi negriere o ancora, un poco più vicini a noi, quelli cosiddetti «di Hitler»), e che invece di tanto in tanto salta fuori nel qui e ora del nostro bel presente in via di celere «modernizzazione». Le magnifiche sorti e progressive non cessano infatti di riservare sorprese, e tra queste va senza dubbio segnalata la cifra delle persone che oggi come oggi lavorano a costo zero in Africa come in Asia, in America come in Europa: ventisette milioni di uomini, donne e bambini, schiavo più, schiavo meno. Questo almeno secondo Kevin Bales, ricercatore presso il Roehampton Institute dell'università del Surrey e autore de I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale.
«La schiavitù», scrive Bales, «non è una mostruosità del passato di cui ci siamo definitivamente liberati, ma qualcosa che continua a esistere in tutto il mondo, persino in Paesi sviluppati come la Francia e gli Stati Uniti». E a supporto di tali cifre e affermazioni, l'autore ci offre il resoconto di anni di ricerche condotte molto spesso sul campo, talvolta forzatamente in incognito.
Nei bordelli della Thailandia, presi d'assalto da torme di «turisti» occidentali, Bales incontra bambine cedute dalle loro famiglie agli sfruttatori in cambio del denaro necessario all'acquisto di un televisore a colori: pratica assai diffusa e giustificata persino dal buddhismo praticato in quel Paese, secondo cui le donne sono esseri inferiori che «se meritano di essere schiave e di subire ogni tipo di violenza è perché in una vita passata devono aver commesso peccati terribili»; i traumi subiti dalle bambine sono tali che molte di loro sviluppano vere e proprie malattie mentali, strategie ideate secondo lo psicologo R. D. Laing per riuscire a «vivere in situazioni invivibili». La prostituzione, ampiamente tollerata da una polizia e da un governo corrotti, è stata una delle principali voci del boom economico thailandese: «i turisti in arrivo da tutto il mondo sono balzati da due milioni nel 1981 a quattro milioni nel 1988 a oltre sette milioni nel 1996» (per due terzi, uomini soli). E se una schiava del sesso rende fino a più dell'800 per cento sulle spese di mantenimento, quando si ammala di Aids basta rispedirla al villaggio natale, dov'è destinata a morire in completa solitudine.
In Mauritania, Paese in via di desertificazione e sull'orlo del collasso economico con un debito estero di oltre due miliardi e mezzo di dollari, Bales riesce a farsi passare per zoologo e a verificare le condizioni di vita di quelli che in virtù di una legge del 1980 che aveva abolito la schiavitù dovrebbero essere degli ex schiavi, e che però a tutti gli effetti schiavi sono rimasti. Nella realtà di uno Stato di polizia profondamente isolato dal resto del mondo, in cui vige la legge islamica o sharia, gli schiavi sono tali da generazioni in quanto figli di antenati originari del Sud, messi in catene dai «mori bianchi» di stirpe araba ancora oggi al potere. La schiavitù così com'è praticata in Mauritania risale all'epoca dell'Antico Testamento, e perciò è a tal punto radicata nella testa di ogni singolo schiavo da apparire persino a chi la subisce come una cosa del tutto normale: uno schiavo mauro lavora per il suo padrone sette giorni su sette, da prima dell'alba a dopo la mezzanotte, e non possiede niente. In cambio non ottiene un salario ma solo ciò che occorre al suo nutrimento, e un posto dove dormire.
Bales si spinge poi in Brasile, dove nei gironi infernali del Mato Grosso migliaia di dannati bruciano la foresta per conto dei latifondisti così da ottenere carbone, e quindi in Pakistan, altro Paese islamico in cui intere famiglie producono mattoni nelle fornaci secondo il sistema «peshgi», ovvero facendosi prestare dai padroni il denaro sufficiente per comprare gli attrezzi necessari e qualcosa da mangiare: «i mattoni fatti vanno in conto credito, ma dal momento che il debito è solitamente gravoso, pari a svariate settimane di lavoro, ben presto la famiglia si trova nella condizione di dover chiedere altro denaro in prestito per acquistare cibo o altri generi di prima necessità». Il meccanismo del debito che una volta contratto da chi non ha davvero nulla non può più essere estinto, e che perciò trasforma il debitore e i suoi discendenti in autentici schiavi, funziona a meraviglia anche in India; e proprio in esso Bales individua la peculiarità della moderna schiavitù. A differenza di quanto accadeva un tempo, infatti, questa non si fonda più su discriminazioni razziali ma di censo; e dato che i diseredati abbondano, in base alla legge della domanda e dell'offerta il loro valore di possibili schiavi è letteralmente precipitato: «In passato il valore degli schiavi era tale che c'era il rischio di vederseli rubare. Oggi gli schiavi costano così poco che (...) sono una merce usa e getta». Come nel caso dei cinquantotto di Dover, di certo già rimpiazzati da altri.
In ultimo l'autore - che rileva come con la globalizzazione i valori dominanti delle economie occidentali siano stati inoculati nei Paesi in via di sviluppo, a partire dall'idea che il profitto si giustifichi da sé e che il successo sia l'anticamera della rispettabilità, quali che siano i costi umani - elenca almeno cinque cose che si possono fare per fermare la schiavitù. Leggendo I nuovi schiavi, i cui proventi vanno interamente all'organizzazione Anti-Slavery International, saprete quali sono.

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9788807170423: I nuovi schiavi. La merce umana nell'economia globale

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ISBN 10: 8807170426 ISBN 13: 9788807170423
Casa editrice: Feltrinelli, 2000
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Editore: Feltrinelli (2002)
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