Aprirsi al mondo è come riprendere coscienza di essere o di non essere chi o cosa il mondo stesso ci ha fatto diventare malgrado noi. La percezione di sé cambia ma non cambia la discrasia tra come ci percepiscono e come pensiamo che ciò avvenga. Ed in questo dualismo perenne si perde la vera essenza del vivere, l’essere per ciò che siamo e non per come pensiamo di essere o, ancora più complesso, come crediamo che gli altri ci vedano come essere. Ogni faticosa rinascita prende avvio da questa immensa perdita di sé. Questo il dramma che si consuma nel monologo e nei due atti unici della scrittrice teatrale Rosa Filardi, che si intensifica ancora di più nella dimensione dell’io e l’altro, in un crescendo di incomunicabilità che sa di sofferenza e preannuncia la morte stessa dell’io. (dall’introduzione di Angela Lo Passo).
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