L’11 gennaio 1944, in piena guerra, a Verona furono fucilati cinque membri del Gran Consiglio del Fascismo. I gerarchi, tra i quali figuravano uno dei Quadrumviri della Marcia su Roma, il Maresciallo d’Italia Emilio De Bono, e l’ex Ministro degli Esteri, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini, erano stati condannati a morte insieme ad altri tredici membri del Gran Consiglio rimasti latitanti – a Tullio Cianetti, diciannovesimo imputato, furono inflitti trenta anni di reclusione – al termine di un processo, che ebbe all’epoca grande risonanza e ancora oggi desta interesse sia tra gli storici, per via di molte circostanze mai chiarite, o almeno non del tutto, sia tra i giuristi, a causa di una serie di questioni giuridiche controverse. La colpa dei condannati era stata quella di aver votato, durante l’ultima seduta del massimo organo del fascismo, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, l’ordine del giorno con il quale si chiedeva al Duce di rimettere il comando delle operazioni militari al Re. L’esito del voto andò ben oltre il suo contenuto letterale (anche se il testo lasciava intravedere la possibilità di altre implicazioni) e, nonostante il suo carattere consultivo, fornì a Vittorio Emanuele III l’occasione per destituire e far arrestare Mussolini, riprendere il comando delle Forze Armate e, attuando un vero e proprio colpo di Stato, nominare il generale Pietro Badoglio a capo di un governo militare. Nel libro l’autore, oltre a esaminare le ragioni per cui si giunse al processo, ne ripercorrere lo svolgimento, fornisce brevi schede biografiche dei protagonisti e affronta una serie di problemi di diritto (costituzionale, penale sostanziale e processuale penale) ancora oggi oggetto di studio, rispetto ai quali offre al lettore il proprio, non sempre convenzionale, punto di vista.
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