Riassunto
Nell'immaginario paesino di Corsignano -tra Toscana e Umbria - la vita procede come sempre. C'è gente che lavora, donne che tradiscono i propri uomini e uomini che perdono una fortuna a carte. C'è una vecchia che ricorda il giorno in cui fu abbandonata sull'altare, un avvocato canaglia, due bellissime sorelle che eccellono nell'arte della prostituzione e una bambina che rischia la morte. E c'è una piccola comunità di cinghiali che scorrazza nei boschi circostanti. Se non fosse che uno di questi cinghiali acquista misteriosamente facoltà che trascendono la sua natura. Non solo diventa capace di elaborare pensieri degni di un essere umano, ma, esattamente come noi, diventa consapevole anche della morte. Troppo umano per essere del tutto compreso dai suoi simili e troppo bestia per non essere temuto dagli umani: "il Cinghiale che uccise Liberty Valance" si ritrova all'improvviso in una terra di nessuno che da una parte lo getta nella solitudine ma dall'altra gli dà la capacità di accedere ai segreti di Corsignano, leggendo nel cuore dei suoi abitanti.
Recensione
La banda dei cinghiali s’illumina di John Ford
Bruno Ventavoli, Tuttolibri - La Stampa
Quando senti Spoon River ti vien da metter mano alla pistola, tanto se ne abusa in citazioni. Ma Il cinghiale che uccise Liberty Valance fa eccezione. Sia perché il magnifico poema di Edgar Lee Masters vi vien nominato di passata, sia perché il romanzo di Giordano Meacci lo ricorda nella polifonia di destini incrociati, e nell’ispirazione felice con cui instagramma un frammento di provincia che brulica di anime tanto vive quanto morte.
Siamo a Corsignano, immaginario borgo toscano, di colline tonde, selve, pietre, grano, cieli lapislazzuli come negli affreschi, dove ogni personaggio (e ve ne sono a bizzeffe) è protagonista di una microstoria, e «abita» uno dei 52 capitoli di cui è composto il libro. Il racconto si estende dal luglio ’99 al 2000, avanti e indietro nel tempo. Con premonizioni future; o delitti sepolti nella seconda guerra mondiale, baldi giovani che morirono in Libia, e persino una quinta crociata, quando un gruppo di cavalieri partì per Terra Santa e non arrivò neppure a Roma, perché fu sbaragliato dai briganti. Sui quali mancati eroi, oggi fantasmi decapitati con le teste in mano, indaga un ragazzetto che a scuola è una schiappa, ma sa per intuito i paradossi spazio-temporali della fisica.
Meacci rimescola il mazzo di personaggi, dove non ci sono briscole, ma solo normalissimi esseri umani colti nel loro banale quotidiano che, a seconda della prospettiva, può suonare comico, tragico, farsesco. Bottegai, notai, donne che tradiscono mariti, uomini che abbandonano la fidanzata sull’altare; una madre rosa dal dolore per la perdita della figlia; la professoressa che sta con l’allievo sedicenne; una giornalista che si eccita a vedere un film con Maria Salerno ed è innamorata di Patrizio, al quale, ahimè, «piacciono ll’òmini»; due sorelle che si prostituiscono insieme; il giocatore d’azzardo sfigato che sputtana milioni (di lire) a Bestia, un gioco da taverna che può essere più assassino del poker, nonostante si basi su coppe, spade, «gobbi», e non sui semi americani del Texas Hold’em; due amici che discettano niccianamente su L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford.
A Corsignano entra in scena anche una banda di 48 cinghiali che devastano campi e compiono scorribande dagli effetti comicissimi. Irresistibili, in questo senso, la scena in cui assaltano una panda 4x4 con due escort e un cliente, o quella in cui interrompono uno scalcinato derby calcistico, o quella, ancora, in cui scompigliano un funerale. Sono guidati da Apperbohr, bestia di ottanta chili che, folgorato dalla luce di un tv, comincia a comprendere il linguaggio degli uomini, gli «alti sulle zampe», e il loro tragicomico esistere. Troppo umano, per i suoi compari, troppo animalesco per non essere odiato dagli umani, che vogliono accopparlo, vaga nei boschi per capire l’infinità di universi intorno a lui che finora gli erano stati preclusi. E come un romantico, ingenuo, solitario profeta prova a dare un nome alle cose, quasi che esse trovassero sostanza e realtà nel momento in cui vengono nominate, amore e morte comprese. Come nei capitoli finali, dove s’accoppia con la compagna esplorando il senso ultimo della carnalità, o quando la caccia ai cinghiali, liberi, selvaggi, vulnerabili quanto indiani dei western, viene raccontata con toni di commovente lirismo dalla prospettiva delle prede, che grugniscono rabbiosi, incapaci d’arrendersi all’immobilità di un compagno esangue. Per capirli meglio, in appendice, c’è un «Prontuario cinghialese, con appunti di grammatica e fonomorfosintassi», che stuzzicherebbe Gadda più pirotecnico.
L’ambizione di Meacci è tenere insieme tutto, quadrupedi e bipedi, parolacce e Schopenhauer, azzardo e sesso, cinefilia e dispacci di carabinieri, cantico della natura e dicerie di bar, con una lingua tracimante, multiforme, famelica, irta di subordinate come le strade che s’inerpicano sui colli e ti conducono alla spietatezza sommersa della vita. Dove, però, c’è in agguato lo spiritaccio di Monicelli che sghignazza insieme ai suoi compari della commedia umana all’italiana. Insomma, uno dei romanzi più originali, intelligenti, ossigenanti, di questa stagione.
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