Raffaele Vertaglia è uno scrittore nato all’ombra dei vicoli napoletani, dove le parole non si imparano: si respirano. La sua voce affonda nelle storie sussurrate dalle nonne, nei gesti antichi dei quartieri popolari, nei miracoli quotidiani che solo chi è cresciuto tra sacro e profano sa riconoscere. Dalla sua città porta con sé il ritmo, la malinconia, la luce obliqua che trasforma il reale in apparizione.
Il suo motto — “Siamo soli, alla ricerca del Sole!” — sintetizza la sua visione dell’esistenza: ogni essere umano attraversa la propria solitudine come una notte interiore, ma in ognuno brilla una scintilla di luce, una tensione verso la Verità. È questa ricerca, fragile e ostinata, che anima i suoi personaggi e la sua scrittura.
Esordisce nel 2012 con Angeli dal sesso opposto (Aletti Editore), opera che già rivela la sua inclinazione per le presenze invisibili e per le crepe dell’animo umano. Negli anni successivi costruisce un corpus di oltre quattordici opere tra poesia e narrativa, tra cui Cose dall’altro mondo (Amazon, 2023), continuando a esplorare il confine tra visibile e invisibile.
Con Napoli, misteri e miracoli raggiunge la maturità della sua ricerca narrativa: un romanzo che attraversa mito, fede popolare e memoria urbana, restituendo una città che non smette mai di parlare a chi sa ascoltarla. Oggi vive e lavora in Veneto, ma il suo sguardo resta rivolto a Sud, verso quella linea sottile dove il reale si incrina e lascia filtrare il prodigio.
“Siamo soli, alla ricerca del Sole!” non è soltanto il motto di Raffaele Vertaglia è la matrice segreta della sua scrittura.
Ogni sua opera nasce da questa tensione: la solitudine come condizione umana, la luce come destino, la Verità come orizzonte verso cui ci si muove anche quando non si vede la strada.
Nel suo percorso narrativo, questo tema ritorna in forme diverse:
• nei personaggi, spesso sospesi tra smarrimento e rivelazione, creature che camminano nel buio ma custodiscono una scintilla interiore
• nei luoghi, soprattutto Napoli, città che vive di chiaroscuri, di ombre che proteggono e di luci che feriscono
• nelle atmosfere, dove il quotidiano si incrina lasciando filtrare un bagliore inatteso
• nella struttura stessa delle storie, che procedono come un pellegrinaggio interiore: un andare, inciampare, rialzarsi, cercare
Il motto diventa così una poetica: l’idea che ogni essere umano sia un viandante solitario, ma animato da una forza che lo spinge verso qualcosa di più grande, più vero, più luminoso. Quando son nato, sul finire degli anni 50, la vita era dura perché appena da meno di un decennio era finita una catastrofe mondiale.
Ma mi aspettava un periodo florido, fatto di tante speranze ma con almeno una certezza: mangiare.
Non credo che da piccolo abbia mai sofferto la fame, nonostante la mia famiglia fosse d’estrazione semplice, onesta e lavoratrice credo che io abbia desiderato davvero tanto, ma che alla fine il necessario non mi sia mai mancato.
Il “boom economico” mi sfiora soltanto, perché forse di quegli anni ricordo solo messe e processioni.
Il parroco era ancora un’autorità per la povera gente, ma anche per i benestanti della zona, per lo più i commercianti del Corso Garibaldi a Napoli.
Non c’è ancora quell’ altalena di potere malavitoso, ma si parla ancora del “guappo del rione”, come l’autorità che insieme al parroco, tengono le fila di questo appena accennato tessuto urbano, tranquillo e sereno.
Per i ragazzi, il divertimento è andare in parrocchia, frequentare il catechismo, far parte dell’Azione Cattolica, vedere qualche diapositiva dei viaggi-pellegrinaggio fatti dai sacerdoti più giovani, partecipare alle Liturgie come chierichetti, quindi ottenere quel tanto desiderato “benestare” da parte del parroco per partecipare ai campionati interforaniali, girone unico con partite di andata e ritorno. Il costo? Un certificato del parroco che attestava la presenza di tutto il gruppo alla Messa domenicale.
Non c’era la competizione sterile a distanza, attraverso la “RETE”, non c’erano i vari giochi elettronici, al massimo c’era il “calciobalilla” o il pingpong, sempre nelle Sale Parrocchiali, o le famigerate “Sala Bigliardo”, dove si riunivano gli adulti a giocare a scopa scommettendo un caffè che costava veramente quanto valeva.
Le partite di calcio, quelle ufficiali, si giocavano all’oratorio dei Salesiani Don Bosco, ma per allenarsi la strada e bastava un sasso come palo, e quando questo mancava andava bene un cappotto, rivoltandolo con la fodera a terra, non si sporcava fuori! Questo era quanto noi si pensava, ma le nostre mamme non erano dello stesso parere. Le macchine erano davvero poche, la maggioranza cinquecento, ma anche seicento, multiple. C’erano i taxi colore verde e nero, i bus anch’essi verde, e quando c’erano i primi scioperi dei mezzi pubblici, sembra strano, ma uscivano i camion militari, che facevano un unico itinerario, solo per coloro che dovevano andare a lavoro. Non c’era ancora tutta quell’emancipazione per cui anche le donne potessero prendere a volo un camion militare, non c’erano ancora i jeans. Si credeva alla Befana più che Babbo Natale; esisteva il rispetto per la persona anziana. Il capello bianco era segno d’esperienza e di saggezza. Si rispettava il lavoro degli altri, gli Altri come Prossimo, non come massa informe e livellata, ma persone civili con dignità “sociale”. Certo che il “maestro” era la figura più importante nel tessuto sociale di quei tempi, come è giusto che sia. Oggi la preparazione scolastica è affidata ad una equipe di insegnanti, che svolgono il lavoro che da solo il maestro effettuava in quei lontani tempi. Ma, sicuramente, è quel rapporto “sentimentale” tra alunno-educatore che c’era e sicuramente non si poteva equivocare. Oggi se un insegnante accarezza il viso d’uno scolaro, lo si condanna già per “pedofilia”…Una volta, l’educatore, era da tramite fra la Famiglia e la Società. Oggi è soltanto un impiegato statale, come tale, aspetta la fine del mese e col passare del tempo, l’avvento della Pensione!
Certamente è questo modo di concepire l’Educazione, che manca alle nuove generazioni, alle quali và il merito di non avere fatto nulla per trasformare in questo stato la Scuola, l’hanno semplicemente subita!
Da queste affermazioni, dovrebbe essere chiaro che ho studiato per fare l’Insegnante delle Scuole Elementari. Ma non insegno, come ovvio che sia, perché il “maestro”, figura educativa, non serve più. Il buon maestro, padre e marito esemplare non educa più. Oggi è l’apparire che insegna i giovani. Essere i più bravi nelle materie scolastiche? No, grazie! Un bel filmetto col cellulare e messo su "YOUTube" vale più di qualsiasi encomio ufficiale fatto da un Dirigente Scolastico. A volte, sono gli stessi media che invogliano i giovani a fare delle marachelle (atti di puro e semplice vandalismo) perché tale televisione ha indetto il concorso del più bravo cineamatore, deviando di questi ragazzi il valore di essere creduloni e per dimostrare d’essere bravi, lo fanno anche a scapito di altri colleghi o suppellettili scolastiche.
Il lavoro che veniva svolto da un'unica figura formativa e che seguiva l’alunno dal primo anno fino alla Licenza Elementare oggi non serve più ( o meglio, servirebbe, ma non si è ritenuta formativa tale figura; c’è Internet, che è molto più completa! Io non ne sono convinto, è il rapporto umano che manca. Siamo tanti “soli” alla ricerca del “Sole”.
Ma sto divagando eccessivamente.
Sono napoletano, non solo di fede calcistica, ma anche e soprattutto di nascita, estrazione culturale dove fino al 2002 sono lì vissuto. Nei luoghi della mia infanzia, qualcuno l’ha definita bigotta, ma ciò nonostante è la mia infanzia, la mia vita giovanile, la mia vita adulta. Poi, siccome mi sento responsabile del futuro della mia famiglia, mi sono trasferito al Nord-Est. In Veneto. Qui, in un tessuto sociale, privo di mandolini e pizze, ho trovato opportuno adattarmi a qualsiasi tipo di lavoro, senza mai dimenticare le mie origini, le mie radici.
La volontà di perseguire un fine mi ha dato coraggio e forza di attuare i miei intenti: dare una vita serena e dignitosa alla mia famiglia.
Attualmente faccio la Guardia particolare Giurata presso un istituto di Vigilanza di Venezia, la CDS.
A 18 anni circa, ho presentato una mia poesia in dialetto napoletano ad una festa di piazza, travestito da Pulcinella. Mi diede poi una certa notorietà la mia partecipazione ad un programma radiofonico, presso una delle prime radio libere: Radio Azzurra. Successivamente proposi un mio testo in occasione di un Premio Letterario Internazionale, era la seconda edizione quella che si svolse nell’anno 1986, intitolato a Luigi Pirandello, organizzato dall’Agenzia Giornalistica Passaporto di Roma. In quella ed unica occasione, mi aggiudicai il premio della Critica e del Presidente del Consiglio, la menzione speciale premiata con medaglia d’oro dell’Anno Santo con diploma, consegnatomi dalle mani del Sindaco, tramite un messo comunale. Non ero certo alla ricerca di fama e notorietà, quindi mi rinchiusi in un volontario silenzio. Avevo ben altre cose a cui dare precedenza. Dovevo sopravvivere. Le mie aspirazioni? Vivere e scrivere.