Paolo Logli è nato a La Spezia nel 1960, cioè in quel decennio in cui la televisione era ancora in bianco e nero, le chitarre avevano i fili e le sceneggiature si scrivevano con la Olivetti. Lui, invece, no: appena nato pretendeva già il colore, il suono in stereo e una trama. Da bambino parlava poco ma raccontava molto: agli amici, ai compagni di scuola, al barbiere, a qualunque passante considerasse un “potenziale personaggio secondario”.
A ventidue anni si laurea con 110 e lode in Storia all’Università di Pisa, perché le storie gli piacevano tutte: quelle vere, quelle inventate e soprattutto quelle che sembrano inventate ma sono vere (le più rischiose). Da lì non si è più fermato. Nel 1983 vince una borsa CEE per le comunicazioni sociali e comincia a scrivere per la radio. Dirà un giorno che la radio è il luogo dove la voce diventa immagine – e anche dove, se sbagli, non ti vedono.
Poi arrivano il cinema, la fiction televisiva, il teatro. Si dice che abbia firmato più sceneggiature che biglietti del tram, ma è leggenda. La realtà è che, da Il commissario Manara a K2 – La montagna degli italiani, da La peggiore estate della mia vita a School of Mafia, passando per il romanzo noir Quis ut Deus e la miniserie I fantasmi di Portopalo, ha attraversato generi e formati come un viaggiatore impenitente che si ostina a cambiare mezzo di trasporto per non annoiarsi: radio, cartoni animati, soap opera, film, serie, docu-fiction… persino un progetto che coinvolgeva i Beatles e uno con Padre Pio, senza che i due – a quanto pare – litigassero.
Alcuni lo definiscono prolifico. Lui preferisce dire “curiosamente insonne”. Le idee gli arrivano a orari che non rispettano il contratto collettivo nazionale: di notte, in treno, nei supermercati, nelle sale d’attesa della ASL. E quando è troppo tardi per farne una sceneggiatura, diventa un racconto: come accade in Il Dio dei giorni dispari, dove prova a mettere ordine ai giorni dispari… lasciando però liberi quelli pari.
Il teatro è l’altra zona franca delle sue storie: monologhi, recital, atti unici, biografie immaginate e voci vere che camminano su palcoscenici inventati. In scena ha fatto parlare Tenco, Maria Callas, Puccini, perfino un jukebox. In Giacomo, mio figlio si è spinto a immaginare l’eredità emotiva di un genio, e in Essere Maria Callas ha dato voce a un personaggio che tutti conoscono, ma pochi hanno sentito parlare veramente. È convinto che la musica sia una trama silenziosa che attraversa la narrativa come un fiume carsico.
Nel frattempo scrive per RAI, Mediaset, RaiPlay, riviste, festival, documentari, eventi istituzionali, tour musicali e progetti speciali. Ha insegnato sceneggiatura all’Università, diretto festival, curato palinsesti e collaborato con chiunque fosse disposto a prestare la voce a una storia: attori, musicisti, cantanti, presentatori… e perfino paesaggi. Una volta ha detto: «Anche un parcheggio industriale, se ascoltato bene, ha una sua colonna sonora».
Ha vinto premi – molti premi – ma sostiene che i premi veri sono le storie che ti restano addosso quando hai finito di scriverle. E quei personaggi che rimangono a fissarti, in silenzio, come se volessero dirti: “Non è finita, ci devi ancora dare una vita migliore”.
Così Paolo Logli ricomincia. Con un’altra storia, un altro film, un altro monologo. O magari con una sola voce – come quella della Sentinella dell’alba, pubblicata su Amazon e portata avanti anche attraverso Patreon, come un filo diretto tra autore e lettori-sentinelle che non vogliono restare soli.
Quando non scrive, legge. E quando non legge, ascolta. Perché in fondo il suo vero mestiere è questo: stare in ascolto di ciò che non è stato ancora raccontato.