Riassunto
Chicco ha otto anni, è timido, goffo e mangia tutto ciò che trova. Ogni sera chiede a suo fratello maggiore di raccontargli la storia di quando era piccolo e lavorava alle giostre. Leonardo non è proprio suo fratello, è nato da un altro padre, che portava in giro un ottovolante colorato per le feste della provincia di Pescara. Un giorno, però, parte per non tornare più. Poi, nel 1992 anche Leonardo se ne va, lascia Chicco con una madre che rientra sempre a notte fonda e l'ottovolante chiuso in garage, smontato. Dieci anni dopo, Chicco non ha ancora smesso di cercare il fratello, ma solo quando suo padre lo porta di fronte alle macerie di una casa crollata gli sembra di capire qualcosa di lui. Lì abitava la nonna di Leonardo, una zingara che, per sentirsi normale e diventare come gli altri, si era fatta costruire una casa con fondamenta profondissime in cui rinchiudere la propria voglia di scappare. Chicco allora decide, vuole rivedere Leonardo e c'è un solo posto al mondo in cui è sicuro di trovarlo, alle giostre del luna park. Barbara Di Gregorio ha scritto un romanzo che non rispetta nessuna regola, che fa sorridere e insieme ti pugnala al cuore pagina dopo pagina; una storia che coglie un'inquietudine universale raccontandoci come, qualunque strada si prenda, sia solo il sangue a dettare le regole del destino.
Recensione
Due fratelli sull’ottovolante. Barbara Di Gregorio smonta e rimonta favolose navicelle nella «città degli zingari»
Bruno Quaranta, Tuttolibri - La Stampa
Si sta nelle pagine di Barbara Di Gregorio come sull’ottovolante che improvvisamente s’arresta, salvo, non meno a sorpresa, velocemente risalire. Fra accensioni e spegnimenti, la ventottenne abruzzese compie il suo esordio narrativo, che sarebbe debitore di un agro apprendistato. «Per scrivere questo romanzo, dopo la laurea, la sera ha lavorato in ricevitoria e di giorno ha fatto la lavapiatti», avverte la nota biografica. Non volendo intenderla come una captatio benevolentiae, non resta che sondarla. Si apprezzerà allora l’obiettivo qua e là raggiunto, non di rado avvicinato: immergersi nel quotidiano filo spinato per corazzarsene, rintuzzando il rischio di arenarsi in uno stracco, rugginoso, disossato realismo, accudendo invece «il senso raffinato della mostruosità o della sproporzione», come raccomandava un maestro del realismo magico quale Arturo Loria (e poco importa se i più lo ignorano).
Una sorta di abracadabra volentieri agisce nelle Giostre sono per gli scemi di Barbara Di Gregorio. Liberando visioni, incanti, favolose feritoie (quando, lasciato «il motorino al limitare dei campi», Leonardo «se ne andò a vedere cosa c’era oltre»). Ma non senza inciampi, non senza cadute: come là dove si ricorre a una lingua anatomica (culi, cazzi), «morta», stantia, di una banalità che non raffigura la tragica banalità del vivere (del «male di vivere»), non poeticamente cruda, uno schizzo di vernice che in breve svanirà, che non definirà. E’ un intreccio di destini nomadi Le giostre sono per gli scemi, storia narrativamente allevata a Pescara, «la città degli zingari, famiglie che hanno girato il mondo per secoli, e a un certo punto dio sa perché si fermano e decidono di diventare normali».
Si succedono le stagioni, dal 1989 al 1999, si alternano le vicende. Con un fil rouge, la parabola di Leonardo e Chicco, due fratelli figli della stessa madre; Chicco, più piccolo, in ammirazione di Leonardo; Leonardo, un’anima selvatica, picaresca, inafferrabile come il padre giostraio «nato per volare», non l’unico beato volatile che Barbara Di Gregorio sospinge nei suoi cieli, ma esitando a coltivarne la leggerezza, a seguirne la misterica mappa. Fil rouge nel fil rouge, l’ottovolante che il padre di Leonardo, decaduti i tempi, svaniti gli «scemi» (scemi, piace intendere, coloro che hanno «un mondo nel cuore», come De André tradurrà Spoon River), smonterà e accantonerà nel garage di casa. Leonardo, fuggito da Marika, che partorirà una bambina «morbida e profumata come le gomme nuove», il lunario sbarcato in un circo come spalla di una scimmietta, fortissimamente vorrà restaurare la leggenda, così dissipando rancori, volgarità, nuvole d’ira, feroci incomunicabilità. Come staccarsi da terra, dalla venefica polvere di quaggiù se non tornando lassù? Leonardo, ritrovato l’ottovolante, lo monterà, vi salirà, non vi scenderà (parrebbe) mai più. In un firmamento chapliniano-felliniano Chicco finalmente rivedrà il fratello-mito, o gli sembrerà di rivederlo, mascherato da navicella, forse quella rossa.
Ecco: a Barbara Di Gregorio sfugge il miracolo di Leonardo, il suo racconto è una galleria di sequenze-navicelle (alcune pregevoli, il ritratto di Chicco, in particolare, accarezzato in ogni tremore e dolore e disperato naufragare) che non riescono a diventare un film-ottovolante. Ma il suo non è un vacuo peregrinare nella notte. Le stelle non difettano (non le difettano). Semmai, ad abbondare, è la luce. La letteratura è anche questione di interruttori, no?
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