Neppure un Rigo in Cronaca
Lingua: italiano
Editore: Rizzoli, Milano, 2000
- Prima edizione
- Rilegato
- Usato

Da: Studio Bibliografico di M.B., Treviso, ItaliaStudio Bibliografico di M.B.
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Codice articolo 006414
- Titolo
- Neppure un Rigo in Cronaca
- Autore
- Gino & Michele
- Editore
- Rizzoli, Milano
- Anno di pubblicazione
- 2000
- Condizione
- in ottime condizioni
- Sovraccoperta
- in ottime condizioni
- Rilegatura
- Rilegato
- Lingua
- italiano
- ISBN 10
- 8817866148
- ISBN 13
- 9788817866149
- Edizione
- prima edizione
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- Romanzi
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Recensione
Gambarotta Bruno, Tuttolibri - La Stampa
GINO & Michele, intesi come Gino Vignali e Michele Mozzati, non si negano niente. Anche il romanzo adesso. Sappiamo da fonte certa di un’opera lirica in preparazione alla Scala che porta la loro firma. Per il poema bisognerà avere un po’ di pazienza. D’altronde sono gli unici, a parte un certo Alighieri, uno speziale di Firenze, a potersi permettere il lusso di firmare le loro opere con il semplice nome di battesimo. Veniamo al romanzo che non delude le aspettative e si rivela, ça va sans dire, di godibilissima lettura. Siamo nella Milano che si prepara al primo boom del dopoguerra, tra gli ultimi mesi del 1957 e i primi del 1958. Il plot è organizzato su due filoni che si incontrano solo a pagina 77. Da una parte ci sono i rapporti di 4 volanti della polizia che nell’arco di 14 ore vengono chiamate per motivi ogni volta diversi al 19º piano della Torre Velasca e relazionano su quello che hanno visto senza ovviamente capire niente. Gli autori non perdono l’occasione di rifare il verso allo stile dei verbali di polizia: «Le urla erano ben visibili anche dall’esterno». L’altro filone del racconto consiste nella ricostruzione affettuosa e dettagliata della vita di un quartiere della piccola borghesia milanese in quel torno di tempo. Con pagine da antologia che rievocano i verdi paradisi infantili poiché la storia è raccontata dal punto di vista di due amici inseparabili che a quel tempo erano bambini, innamorati entrambi della stessa coetanea, Maria detta Madù: «Gli adulti non sanno quanto può amare un bambino». «Quando eravamo piccoli pensavamo che i merluzzi avessero il fegato di una balena, tanto ce ne toccava. Se è per questo pensavamo anche che i piedi di porco fossero davvero di porco e che la chiave inglese si chiamasse così perché a Londra le porte si aprivano così, un bullone e via». Se posso offrire un mio piccolo contributo io da bambino pensavo che la corte dei Conti fosse un cortile pieno di nobili. Parafrasando Talleyrand possiamo affermare che «chi non è nato prima delle auto parcheggiate fin sui marciapiedi e dei televisori in ogni stanza non conosce la felicità di essere stato un bambino». Il punto di vista dei bambini viene di volta in volta abbandonato e ripreso poiché sarebbe altrimenti impossibile narrare alcuni passaggi dell’intricata vicenda che sono ricostruiti dagli stessi testimoni a più di quaranta anni di distanza e questo dà al racconto una struggente patina di nostalgia. Capitoli e paragrafi sono marchiati da precise indicazioni temporali, anno, mese, giorno, ora e minuti. Come quei thriller americani ipertecnologici con il sommergibile russo impazzito che sta per lanciare 24 missili sul Pentagono. Qui però si tratta di collocare nel tempo con precisione svizzera un giro d’Italia a tollini, una partita di biliardo al Bar Tabacchi della piazza, il dialogo di due coniugi a letto prima di addormentarsi. Giunti alle ultime pagine capiremo la necessità di quelle indicazioni. Fermiamoci qui quanto alla trama, non vogliamo rovinare il piacere della lettura. Per cercare di dare un’idea di questo romanzo senza raccontarlo diremo che ci troviamo negli «immediati dintorni» (per citare Vittorio Sereni) del romanzo «La vita agra» di Bianciardi e del film «I soliti ignoti» di Mario Monicelli, due capolavori assoluti. Sono gli autori stessi a segnalarci queste ascendenze, riportando un breve dialogo con il quale Bianciardi comunica all’attore Paolo Ciampin che Feltrinelli l’ha licenziato e che sta progettando il suo libro e citando, nelle ultime righe del romanzo, una battuta del film di Monicelli. E poiché fa un’apparizione nel romanzo anche Strehler, disegnato con pochi tratti affettuosi e perfidi alle prese con l’attore Ciampin che è più brechtiano di lui, mi sentirei di tirare in ballo anche il suo allestimento de «Le baruffe chiozzotte». Gino e Michele infatti ci propongono un calco strepitoso del parlato di quegli anni, con gli immigrati che per integrarsi si sforzano di parlare milanese. Vedere il paragrafo dove il gelataio pugliese, già integrato, insegna al picciotto siciliano a smettere il passato remoto. Ci sono tutti i luoghi topici di quegli anni. L’elogio del tinello che «è una cosa che coltivi nella testa, più che uno spazio logistico». Il bar malfamato e quello per bene, dove si va a vedere «Lascia e raddoppia?» e «Il Musichiere», dove si gioca a biliardo e si organizzano le prime gite in pullman a vedere la neve, con la sosta d’obbligo al salumificio. Con l’ora della chiusura che è «l’ora della serranda a mezz’asta, quando si misura il tasso alcolico dei presenti dalle craniate in uscita». Confesso che nel bar, fra il Vov e il Latte di suocera, ho sentito la mancanza della mitica Spuma, chiara o scura. Queste e tante altre cose ci sono nel romanzo, compresa la dimostrazione che i semi della corruzione avevano già prodotto i loro frutti, solo che in quegli anni nessuno osava disturbare i manovratori. Oltre alla folla dei personaggi resta nella memoria del lettore la Torre Velasca, un manufatto che sembra ipnotizzare i narratori che ambientano a Milano le loro storie. Ecco come la descrivono Gino e Michele: «una specie di fungolone spigoloso in cemento armato tinteggiato a pastello la cui parte alta, la cappella, era più larga del gambo e scaricava il peso attraverso una ventina di nervature o pilastri inclinati a vista». Gino & Michele Neppure un rigo in cronaca Rizzoli, pp. 203, L. 26.000 ROMANZO
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