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Boccia antonio vito (3 risultati)

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  • Lingua: Italiano

    Editore: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, Avellino, 2025

    8872971454 / 9788872971451

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    Da: Libreria già Nardecchia s.r.l., Rome, RM, ItaliaLibreria già Nardecchia s.r.l.

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    Condizione: NEW. Avellino: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, 2025 9788872971451 Rudimenti di storiografia sveva 11 609 N vol.: 1, N pag.: 262, Peso: 609, L: 21, W: 15 Con la struttura e con la forma di questo saggio, che ha ad oggetto uno studio sulla nascita dell'assetto moderno della Basilicata, viene presentata anche un'indagine approfondita sull'origine delle città lucano-basilicatesi e sulla determinazione dei confini della stessa regione, così come la conosciamo oggi. Nell'ambito di tali ricerche, finalizzate a ricostruire una storia che è ancora pressochè inedita, è stata messa in rilievo l'identità medievale del coronimo Basilicata, per come è risultato sia in base alle poche fonti primarie esistenti, che all'analisi toponimica: alla luce delle considerazioni contenute nel testo si vedrà che è lecito parlare di genesi 'sveva' della regione. Fermo restante il contenuto scientifico e il carattere argomentativo dell'opera, inoltre, vengono esposte una serie di tematiche di carattere storico-giuridico, unitamente ad altre di carattere linguistico, per quanto è possibile attraverso modalità divulgative. Sia le citazioni bibliografiche, sia quelle di archivio - se ritenute indispensabili - sono infatti presenti e vengono accennate ed inserite nel corpo del testo, mediante dei richiami volutamente sintetici (e non a piè pagina). Si deve poi segnalare il vasto utilizzo della 'toponimia', come principale metodo di ricerca: si tratta, com'è noto, di una scienza ausiliaria che risulta essere fondamentale per lo studio della storia del territorio, soprattutto in assenza di specifiche indagini archeologiche e di penuria archivistica. Essa, pur facendo parte della linguistica, intrattiene rapporti indispensabili con gli studi storici: infatti, riesce a rappresentare la significativa resistenza - sui luoghi - di veri e propri 'fossili linguistici', i quali possono fungere da guida, fornendo molto spesso adeguati e obiettivi riscontri, laddove (come nel periodo tardo antico e alto medievale) le fonti documentarie di primo grado sono molto scarse. A proposito di fonti d'archivio, dobbiamo ricordare che, perseguendo l'abitudine inveterata di cancellare una storia scomoda, fatta soprattutto di una presenza religiosa "concorrenziale" nel Mezzogiorno (parliamo di obbedienza 'ortodossa'), la chiesa cattolica - anche se involontariamente - ha grandemente contribuito a rendere poco leggibile l'epoca in esame, distruggendo il culto ortodosso e, vieppiù, i testi ad esso legati. A ciò si aggiunga la dispersione di una gran parte del patrimonio laico e, in particolare, di quello codicistico greco-medievale appartenente alla corte di Federico II, che venne improvvidamente donato da Carlo D'Angiò al papa e che, quindi, alla metà del Tredicesimo secolo fu trasportato in quello che sarebbe diventato l'archivio 'segreto' vaticano. Alcuni di questi codici si sono salvati e fanno parte del nucleo di partenza della raccolta vaticana, ma devono essere ritenuti come materiale archivistico disorganico e non perfettamente catalogato (inoltre, sono scarsamente studiati). Si specifica, infine, che pur non avendo una vocazione manualistica, il libro - grazie all'analisi di alcuni manoscritti medievali (soprattutto cronache e atti giuridici) - offre uno spaccato di storia del diritto vigente nel Mezzogiorno d'Italia, all'indomani dell'anno Mille. Con la struttura e con la forma di questo saggio, che ha ad oggetto uno studio sulla nascita dell'assetto moderno della Basilicata, viene presentata anche un'indagine approfondita sull'origine delle città lucano-basilicatesi e sulla determinazione dei confini della stessa regione, così come la conosciamo oggi. Nell'ambito di tali ricerche, finalizzate a ricostruire una storia che è ancora pressochè inedita, è stata messa in rilievo l'identità medievale del coronimo Basilicata, per come è risultato sia in base alle poche fonti primarie esistenti, che all'analisi toponimica: alla luce delle considerazioni contenute nel testo si vedrà che è lecito parlare di genesi 'sveva' della regione. Fermo restante il contenuto scientifico e il carattere argomentativo dell'opera, inoltre, vengono esposte una serie di tematiche di carattere storico-giuridico, unitamente ad altre di carattere linguistico, per quanto è possibile attraverso modalità divulgative. Sia le citazioni bibliografiche, sia quelle di archivio - se ritenute indispensabili - sono infatti presenti e vengono accennate ed inserite nel corpo del testo, mediante dei richiami volutamente sintetici (e non a piè pagina). Si deve poi segnalare il vasto utilizzo della 'toponimia', come principale metodo di ricerca: si tratta, com'è noto, di una scienza ausiliaria che risulta essere fondamentale per lo studio della storia del territorio, soprattutto in assenza di specifiche indagini archeologiche e di penuria archivistica. Essa, pur facendo parte della linguistica, intrattiene rapporti indispensabili con gli studi storici: infatti, riesce a rappresentare la significativa resistenza - sui luoghi - di veri e propri 'fossili linguistici', i quali possono fungere da guida, fornendo molto spesso adeguati e obiettivi riscontri, laddove (come nel periodo tardo antico e alto medievale) le fonti documentarie di primo grado sono molto scarse. A proposito di fonti d'archivio, dobbiamo ricordare che, perseguendo l'abitudine inveterata di cancellare una storia scomoda, fatta soprattutto di una presenza religiosa "concorrenziale" nel Mezzogiorno (parliamo di obbedienza 'ortodossa'), la chiesa cattolica - anche se involontariamente - ha grandemente contribuito a rendere poco leggibile l'epoca in esame, distruggendo il culto ortodosso e, vieppiù, i testi ad esso legati. A ciò si aggiunga la dispersione di una gran parte del patrimonio laico e, in particolare, di quello codicistico greco-medievale appartenente alla corte di Federico II, che venne improvvidamente donato da Carlo D'Angiò al papa e che, quindi, alla metà del Tredicesimo secolo fu trasportato in quello che sare. …

  • Lingua: Italiano

    Editore: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, Avellino, 2026

    8872976731 / 9788872976739

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    Da: Libreria già Nardecchia s.r.l., Rome, RM, ItaliaLibreria già Nardecchia s.r.l.

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    Condizione: NEW. Avellino: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, 2026 9788872976739 Marchioni d'Italia 12 409 N vol.: 1, N pag.: 194, W: 15 La storia e i destini di Napoli e Gaeta sono stati spesso accomunati "nella buona e nella cattiva sorte", secolo per secolo. Al di là dell'importanza nell'epoca romana per entrambe le città con i loro preziosi golfi e di una storia che spesso diventa mito (e viceversa), l'obiettivo di questa breve pubblicazione è quello di accendere un piccolo faro su un periodo non molto conosciuto, per alcuni aspetti a livello storiografico e per tanti aspetti a livello "popolare". Pochissime le tracce e le notizie, come ribadito più volte in queste pagine, della Napoli ducale e lo stesso discorso si può fare per la storia della Gaeta ducale. Due storie parallele, di grande importanza e spesso, però, intrecciate e ci si chiede perché è giustamente famosa magari la storia dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale e non c'è libro di scuola che riporti, invece, questi esempi significativi e importanti dal punto di vista del diritto, della cultura, della società e della religiosità. "Ne' tempi antichi fu governata questa Città come Republica [] havendo havuto per Direttori, e Capi, Doci, e Connoli, come appare chiaramente in una scrittura fatta da Giovan Diacono Scriba nel 1135, in cui Riccardo Doce di Gaeta con quattro Consoli dona alla Chiesa Vescovale l'enige per la misura dell'oglio, che spettava alla Città. Battè monete, armò Galee, come si legge nel privilegio del Re Tancredi fatto nel 1191. Ecco tutti i segni di Republica, dico, i Doci, i Connoli, il batter monete, l'armar legni in mare. Notasi, che di sopra s'è detto, che Gaeta visse come Republica, ma né già, che sia stata Republica in vero, e proprio senso, poi che le vere Republiche sono independenti, nè conoscono Superiore; e pur Gaeta, in tempo che Docibile n'era Doce, sta va soggetta al Papa. Fu dunque nominata Republica in riguardo all'esentioni, e franchigie, che godeva come Città privilegiata. Poi nel I450 fu dal Re Alfonso d'Aragona costituito nel governo di Gaeta un Cavaliero per nome D. Alfonso de Cardines, con titolo di Vic-Re di Gaeta, e della Provincia di Lavoro oltre il fiume Garigliano. Fu anco facoltosa quest'università ne' tempi passati, havendo fatte molte compre di dogane. È stata padrona delle Scafe della Torre del Garigliano, e della Torre a Mare. Fu padrona delli Castelli di Sujo, di Maranola, d'Itri, di Sperlonga; del l'Isole di Ponza, Palmeria, e Sennone; delli Porti di Sujo, di Setra, di Corciano, di Patria; ed al presente ha giurisditione sopra Castellone, e Mola. Ha mantenuto due Galee co' altri legni; ha mantenuto guerre; have armato per mare a favor della Chiesa contra i Saraceni a tempo di Papa Leone IV nell'848. E ne questa Città merita lode per li suoi antichi natali, e per esser vissuta colle prerogative di Republica; se gli deve accrescer maggiormente per le cose notabili, e maravigliose, che sono in essa". Se una delle nostre "missioni", allora, è la ricostruzione della nostra memoria per associarla all'orgoglio (soprattutto presso le nuove generazioni), le parole suggestive e appassionate di questo scrittore di circa quattro secoli fa sono utilissime come "notabili e maravigliose" sono le cose di questa città che ebbe privilegi e fu governata, a partire proprio dall'epoca alto-medioevale, "come una repubblica". La storia e i destini di Napoli e Gaeta sono stati spesso accomunati "nella buona e nella cattiva sorte", secolo per secolo. Al di là dell'importanza nell'epoca romana per entrambe le città con i loro preziosi golfi e di una storia che spesso diventa mito (e viceversa), l'obiettivo di questa breve pubblicazione è quello di accendere un piccolo faro su un periodo non molto conosciuto, per alcuni aspetti a livello storiografico e per tanti aspetti a livello "popolare". Pochissime le tracce e le notizie, come ribadito più volte in queste pagine, della Napoli ducale e lo stesso discorso si può fare per la storia della Gaeta ducale. Due storie parallele, di grande importanza e spesso, però, intrecciate e ci si chiede perché è giustamente famosa magari la storia dei Comuni dell'Italia centro-settentrionale e non c'è libro di scuola che riporti, invece, questi esempi significativi e importanti dal punto di vista del diritto, della cultura, della società e della religiosità. "Ne' tempi antichi fu governata questa Città come Republica [] havendo havuto per Direttori, e Capi, Doci, e Connoli, come appare chiaramente in una scrittura fatta da Giovan Diacono Scriba nel 1135, in cui Riccardo Doce di Gaeta con quattro Consoli dona alla Chiesa Vescovale l'enige per la misura dell'oglio, che spettava alla Città. Battè monete, armò Galee, come si legge nel privilegio del Re Tancredi fatto nel 1191. Ecco tutti i segni di Republica, dico, i Doci, i Connoli, il batter monete, l'armar legni in mare. Notasi, che di sopra s'è detto, che Gaeta visse come Republica, ma né già, che sia stata Republica in vero, e proprio senso, poi che le vere Republiche sono independenti, nè conoscono Superiore; e pur Gaeta, in tempo che Docibile n'era Doce, sta va soggetta al Papa. Fu dunque nominata Republica in riguardo all'esentioni, e franchigie, che godeva come Città privilegiata. Poi nel I450 fu dal Re Alfonso d'Aragona costituito nel governo di Gaeta un Cavaliero per nome D. Alfonso de Cardines, con titolo di Vic-Re di Gaeta, e della Provincia di Lavoro oltre il fiume Garigliano. Fu anco facoltosa quest'università ne' tempi passati, havendo fatte molte compre di dogane. È stata padrona delle Scafe della Torre del Garigliano, e della Torre a Mare. Fu padrona delli Castelli di Sujo, di Maranola, d'Itri, di Sperlonga; del l'Isole di Ponza, Palmeria, e Sennone; delli Porti di Sujo, di Setra, di Corciano, di Patria; ed al presente ha giurisditione sopra Castellone, e Mola. Ha mantenuto due Galee co' altri legni; ha mantenuto guerre; have armato per mare a favor della Chiesa contra i Saraceni a tempo di Papa Leone IV nell'84.…

  • Lingua: Italiano

    Editore: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, Avellino, 2024

    8872974968 / 9788872974964

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    Da: Libreria già Nardecchia s.r.l., Rome, RM, ItaliaLibreria già Nardecchia s.r.l.

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    EUR 44,00

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    Condizione: NEW. Avellino: ABE - Arturo Bascetta Edizioni, 2024 9788872974964 Rudimenti di storiografia bizantina 10 609 N vol.: 1, N pag.: 128, Peso: 609, L: 24, W: 17, Illustr.: COL + B/N Dal punto di vista politico-istituzionale al duca spettavano compiti relativi agli aspetti militari e fiscali, al vescovo quelli relativi agli aspetti liturgici e quelli relativi alle strutture ecclesiastiche e ai monaci e alle monache quelli relativi all'assistenza, alla carità e alla organizzazione rurale alla base dell'economia del tempo. Di primo piano, allora, il ruolo del monachesimo locale che, attraverso i suoi enti di diverse dimensioni, gestiva un potere importante una volta decaduti gli ospedali municipali e "laici" fin dalla metà del V secolo. Anche in questo aspetto emerge una caratteristica che rappresenta forse un "unicum" tra le città del tempo: Napoli, pur nella sua autonomia rispetto a Bisanzio, operò una fusione tra la cultura greca delle sue radici e quella latina. Erano diverse e consistenti, del resto, le comunità ellenofone in tutta la Campania ed era diffuso dappertutto un senso di rispetto e ospitalità verso queste persone che richiamavano, per tanti aspetti, elementi dell'antica Magna Grecia. In questo senso pesava la consolidata tradizione dei traduttori presso gli Scriptoria napoletani e anche quella delle letture e dei canti in greco nelle cerimonie più solenni (uso presente solo a Roma a quel tempo) in un bilinguismo che conteneva implicazioni originali, articolate e affascinanti. Sorprende, come detto in precedenza, il mancato approfondimento di quello che alcuni studiosi hanno giustamente definito "particolarismo napoletano", un aspetto sinonimo di una dinamicità e di una originalità con pochi precedenti almeno in Italia. Tra altre fonti, la Cronaca di Partenope sostiene la tesi delle sei chiese greche presenti in città e si registra anche una singolare tradizione: la mattina del sabato santo, i primiceri/responsabili di queste chiese erano tenuti a recarsi al duomo per cantare o leggere sei lezioni greche e, a Pasqua, assistere il Cimiliarca (ministro di culto) e cantare il Credo in lingua greca e secondo il rito dei Greci con la riproduzione di alcuni atti comici o facezie dette in latino volgare "squarastase". Napoli fu capace, così, di diventare e restare un simbolo della grecità ma una grecità letta, vissuta e realizzata attraverso la latinità con la creazione di nuovi modelli istituzionali, liturgici, linguistici e politici. In questo rivestirono una grande importanza le scelte "autonomistiche" e accentratrici da parte dei duchi, forti di un senso di appartenenza di grande rilievo culturale. E questo discorso si lega profondamente ai fattori locali "identitari" che spesso vengono richiamati (in qualche caso per condannarli o per negarli) anche in tempi recenti. Napoli, allora, come capitale culturale e, in seguito, politica di un intero territorio destinato, nei secoli, ad espandere i suoi confini ben oltre quelli della "città-stato-signoria" ducale. La storia del ducato, allora, diventa paradigmatica e anche coerente con la storia di una identità che parte dalle radici greche, passa per quelle latine e diventa, poi, tra i Normanni e i Borbone, la base di una "nazione napoletana" che spesso ancora oggi fornisce spunti per dibattiti vivaci e utili. Perciò ci pare molto significativo un documento nel quale il duca Sergio IV concede diversi beni e privilegi al monastero di San Gregorio «affinché le Sacre Vergini potessero pregare per i loro donatori e per la salute della patria». Questo testo intende rappresentare un primo tentativo di ricostruzione complessiva dell'ormai dimenticato periodo alto-medievale, vissuto dalla città di Napoli. Forse per le obiettive difficoltà di reperire fonti, noi oggi ci troviamo di fronte a un autentico paradosso: conosciamo di fatti la storia della Napoli greca e di quella romana, ma sul cosiddetto "ducato di Napoli" (definizione che utilizzeremo solo per esigenze di sintesi e semplificazione) - peraltro un periodo complesso e lungo oltre seicento anni (VI-XII secolo) - le ricerche e gli approfondimenti sono sempre stati limitatissimi. Dal punto di vista politico-istituzionale al duca spettavano compiti relativi agli aspetti militari e fiscali, al vescovo quelli relativi agli aspetti liturgici e quelli relativi alle strutture ecclesiastiche e ai monaci e alle monache quelli relativi all'assistenza, alla carità e alla organizzazione rurale alla base dell'economia del tempo. Di primo piano, allora, il ruolo del monachesimo locale che, attraverso i suoi enti di diverse dimensioni, gestiva un potere importante una volta decaduti gli ospedali municipali e "laici" fin dalla metà del V secolo. Anche in questo aspetto emerge una caratteristica che rappresenta forse un "unicum" tra le città del tempo: Napoli, pur nella sua autonomia rispetto a Bisanzio, operò una fusione tra la cultura greca delle sue radici e quella latina. Erano diverse e consistenti, del resto, le comunità ellenofone in tutta la Campania ed era diffuso dappertutto un senso di rispetto e ospitalità verso queste persone che richiamavano, per tanti aspetti, elementi dell'antica Magna Grecia. In questo senso pesava la consolidata tradizione dei traduttori presso gli Scriptoria napoletani e anche quella delle letture e dei canti in greco nelle cerimonie più solenni (uso presente solo a Roma a quel tempo) in un bilinguismo che conteneva implicazioni originali, articolate e affascinanti. Sorprende, come detto in precedenza, il mancato approfondimento di quello che alcuni studiosi hanno giustamente definito "particolarismo napoletano", un aspetto sinonimo di una dinamicità e di una originalità con pochi precedenti almeno in Italia. Tra altre fonti, la Cronaca di Partenope sostiene la tesi delle sei chiese greche presenti in città e si registra anche una singolare tradizione: la mattina del sabato santo, i primiceri/responsabili di queste chiese erano tenuti a recarsi al duomo per cantare o leggere. …